ANTON PAVLOVIC CECHOV – Capitolo 1

ANTON PAVLOVIC CECHOV – Capitolo 1

Un’infanzia durissima, un padre violento, autoritario, collerico, proprietario di una drogheria sempre in perdita,   pessimo amministratore ma fanatico credente: picchiava i figli per ogni sciocchezza (“mio padre cominciò a   educarmi o più semplicemente a picchiarmi quando non avevo ancora cinque anni”), li obbligava a stare per ore   nella bottega gelata, a seguirlo in chiesa ai principali uffici della giornata, a cantare nel corso di dilettanti da lui   diretto. “Sono stato allevato nella religione – scriverà più tardi ad un amico -, ho cantato nel coro, ho letto gli   Apostoli e i salmi in chiesa, ho assistito regolarmente ai mattutini, ho persino aiutato a servir messa e ho suonato  le campane. E qual è il risultato di tutto ciò? Non ho avuto infanzia. E non ho più alcun sentimento religioso.

Sei figli, cinque maschi e una femmina, Marija. Anton è il terzo, nasce il 17 gennaio 1860 a Taganrog, sulla riva  nord-est del mar d’Azov.

Prima una piccalo scuola greca, voluta dal padre “per imparare la lingua degli affari”, poi visti i pessimi risultati, nel  1868 il ginnasio russo.

Qualche anno dopo il padre, che bada al pratico e ha poca fiducia nelle doti letterarie di Anton, lo iscrive a una scuola professionale di taglio. Contemporaneamente,   l’apprendista sarto fa una scoperta che lo sconvolge: il teatro. Gli studenti hanno diritto all’ingresso in sala solo se muniti di autorizzazione del direttore del ginnasio. Anton,   con occhiali e cappotto del padre, si infila in loggione e vede di tutto, Amleto e il revisore, Che disgrazia l’ingegno e La capanna dello zio Tom. Contagiato dalla passione per la scena, organizza con i fratelli una propria compagnia, recitando commediole (ma anche Gogol’) in casa di amici.

Il padre intanto, sempre più indebitato, è costretto a dichiarare ufficialmente fallimento. Per sottrarsi alla prigione, fugge nel 1876 a Mosca, dove i due figli maggiori   Aleksander e Nikolaij si sono da tempo trasferiti per continuare gli studi, vivendo di espedienti. Poche settimane dopo anche la madre, con i due figli più piccoli segue il   marito. Anton rimane solo a Taganrog, mantenendosi con le lezioni private.

Al termine del ginnasio, nel 1879, Anton lascia la soffocante Taganrog con una borsa di studio di venticinque rubli al mese: raggiunge Mosca e si riunisce alla famiglia. Si   iscrive alla facoltà di medicina: è assiduo e attento, ma chiuso e solitario, non partecipa all’attività dei circoli giovanili politicizzanti. Cerca con tutte le sue forze, di alleviare la   situazione economica della famiglia: perché non scrivere, per esempio, qualche racconto, qualche scenetta, e proporla a una delle tante riviste umoristiche moscovite? Nel   1880 esce su “La Libellula”, a firma “…V”, Lettera del possidente del Don Stepan Vladimirovic al saggio vicino dottor Fridrich.

Corti e buffi, i racconti di Anton piacciono: ne escono nove nello stesso anno, tredici nel 1881, tra il 1882 e il 1883 ben centoventinove, tutti firmati con vari pseudonimi:   “L’uomo senza la milza”, “Il fratello di mio fratello”, “Ulisse”, “Antosa”, e, più spesso, “Antosa Cechontè”.

Scrivere in casa Cechov è un’impresa tutt’altro che semplice. “Scrivo in condizioni esecrabili. Nella stanza accanto frigna il marmocchio di un cugino in visita, in un’altra mio   padre legge ad alta voce un racconto a mia madre. Qualcuno ha caricato il carillon e suona un motivo de La belle Hélène. Vorrei fuggire in campagna, ma è l’una di notte.

Il mio letto è occupato dal cugino che ogni istante viene da me e si lancia in una dissertazione medica: “La piccola ha probabilmente delle coliche, ecco perché strilla”.Giuro  a me stesso che non avrò mai figli”.

Scrittore occasionale, più per necessità che per vocazione, continua gli studi di medicina con grande impegno, frequenta gli ospedali, assiste agli interventi, cura   gratuitamente parenti e amici. “Oltre alla medicina, la moglie legittima – scrive -, ho un’amante, la letteratura; ma non ne parlo perché chi vive nell’illegalità morirà nell’illegalità”.

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