ANTON PAVLOVIC CECHOV – Capitolo 2

ANTON PAVLOVIC CECHOV – Capitolo 2

“Ciò che gli scrittori di nobili origini ricevono gratuitamente, per diritti di nascita, gli scrittori plebei lo devono acquistare a prezzo della giovinezza. Perché non scrivere per esempio la storia di un giovane, figlio di un servo della gleba, già bottegaio e cantore, studente ginnasiale e poi universitario, educato al rispetto della gerarchia e a baciar la mano dei Popi? Un giovane che si inchina al pensiero altrui, ringrazia per ogni tozzo di pane, viene frustrato più di una volta, va in giro a dar lezione nell’inverno senza soprascarpe…; un giovane che è ipocrita davanti a Dio e agli uomini, non perché sia costretto, ma perché è conscio della propria nullità. Perché non raccontare come questo giovane tenti di liberarsi, goccia a goccia, dello schiavo che è in lui e come, svegliandosi una mattina, egli si renda conto che nelle sue vene non scorre più sangue di schiavo, ma di un vero uomo?”.

Nel 1886, seconda raccolta, Racconti Variopinti, firmata ancora Antosa Cechontè.

Poco dopo, una lettera emozionante del vecchio e in quegli anni celebre scrittore D.V. Grigorovic: “Ho letto tutto ciò che era firmato Cechontè, pur essendo irritato nel vedere un uomo con una così scarsa opinione di sé da ritenere necessario l’uso di uno pseudonimo… Avete un talento vero, un talento che vi pone al di sopra degli scrittori della vostra generazione… Smettetela di scrivere troppo in fretta… Tenete in serbo le impressioni per un lavoro maturo, compiuto, non scritto tutto d’un fiato bensì nelle ore beate dell’ispirazione. Un’unica opera scritta in tali condizioni avrà un valore mille volte superiore a un centinaio di novelle, anche buone, sparpagliate su diversi giornale”.

La risposta di Anton, che vale la pena citare per intero, riassume le tappe della sua formazione:

“Se possiedo un dono che è mio dovere rispettare, confesso dinanzi alla purezza del vostro cuore che sinora non l’ho affatto rispettato.

Sentivo di avere questo dono, ma mi ero assuefatto a giudicarlo privo di importanza. A Mosca ho centinaia di amici, di cui una ventina scrittori, ma non ricordo che uno solo mi abbia mai letto e riconosciuto quale artista. Nei cinque anni che ho trascorso vagabondando da un giornale all’altro, sono stato contagiato dai loro giudizi sull’inconsistenza del mio lavoro e ho scarabocchiato in qualche modo. Questo è un primo motivo. Il secondo è che sono medico, immerso quasi completamente nella medicina. Non ricordo un solo racconto a cui abbia lavorato più di un giorno. Il cacciatore, per esempio, l’ho scritto mentre ero ai bagni pubblici. Ed ecco che, tutt’a un tratto, mi giunge la vostra lettera… Ho bruscamente sentito l’assoluta necessità di uscire al più presto dal solco in cui mi sono impantanato”.

Due nuove raccolte di racconti, Nel crepuscolo e Parole innocenti, questa volta firmate Anton Checov, sembrano confermare la promessa con cui si chiudeva quella lettera. Nello stesso anno, 1887, tornerà al teatro: su sollecitazione di F. A. Kors, direttore del teatro omonimo, scrive Ivanov: “Ho scritto il lavoro senza accorgermene, dopo un colloquio con Kors. Mi sono coricato, ho pensato a un tema e mi sono messo a scrivere…

La prima è il 19 novembre 1887: qualche attore è ubriaco, altri non ricordano le battute e se le inventano, altri ancora fanno i pagliacci per strappare risate e applausi. Un disastro, o quasi: due repliche e il lavoro è tolto dal cartellone.

In ottobre, la sezione letteraria dell’Accademia delle scienze di Pietroburgo assegna all’unanimità in premio Puskin alla raccolta Nel Crepuscolo. Comincia ad essere conteso dai vari gruppi letterari della capitale. Ma Anton non accetta nessuna etichetta.

“Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze affinché il teatro passi dalle mani dei bottegai a quelle dei letterati, altrimenti è condannato”.

Oltre a scrivere atti unici, riprende in mano Ivanov, che entra nel cartellone del Teatro si Aleksandrinskij di Pietroburgo: la nuova versione va in scena il 31 gennaio 1889 e questa volta ha un successo strepitoso.

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