ANTON PAVLOVIC CECHOV – Capitolo 3

ANTON PAVLOVIC CECHOV – Capitolo 3

Nell’ottobre 1895 un annuncio gioioso all’amico Suvorin: “Pensate un po’: scrivo un lavoro teatrale! Probabilmente non lo terminerò prima della fine di novembre. Scrivo con piacere, andando contro le convenzioni teatrali in modo terribile. E’ una commedia con tre ruoli femminili, sei ruoli maschili, quattro atti, un paesaggio (vista lago), numerose discussioni letterarie, poca azione e cinque pub di amore”. E’ Il Gabbiano. Lo finisce prima del previsto e lo manda a Suvorin con una nota di sconforto: “Ho cominciato il dramma forte e l’ho terminato pianissimo. Ne sono più scontento che soddisfatto: dopo averlo riletto, mi rendo sempre più conto che non sono un drammaturgo. Non fatelo leggere a nessuno”.

Il Gabbiano viene accettato dal Teatro Aleksandrinskij che ne annuncia la “prima” il 17 ottobre con un cast d’eccezione. Troppi mostri sacri per un lavoro che richiede invece attenzione, sobrietà, semplicità: “Gli attori non sanno la parte – scrive Anton dopo aver assistito a una delle ultime prove -, non hanno capito nulla. Recitano in modo orrendo. Solo la Komissarzeskaja è brava”. Il pubblico, inoltre è venuto per divertirsi e vuole ridere. Disorientati e stravolti, gli attori di fronte alle inattese reazioni del pubblico perdono il controllo. Un disastro. Anton fugge dal teatro senza salutare nessuno e vaga per ore nelle strade di Pietroburgo. Alle due di notte arriva da Suvorin: “Vivessi ancora settecento anni, non scriverò mai più per il teatro”.

Rientrato a Melichovo, riceve una lettera dell’amico Vladimir Il’ic Nemirovic-Dancenko, anche lui scrittore, drammaturgo, e neo direttore del Teatro d’Arte di Mosca con il giovane regista Stanislavskij. Per la prima stagione del suo teatro Nemirovic vuole riallestire Il Gabbiano. Memore dal fiasco pietroburghese, disgustato dalla faciloneria di attori e registi, Anton rifiuta. Nemirovic torna alla carica: gli assicura impegno e serietà degli interpreti, tutti giovani entusiasti, un numero di prove dieci volte superiore agli altri teatri, massima attenzione ai dettagli dell’allestimento. Alla fine Anton cede, senza molta convinzione: e continua a scrivere racconti.

A Mosca è fissata per il 17 dicembre la prima de Il Gabbiano. Tutta la compagnia è in agitazione irrefrenabile. Un nuovo scacco avrebbe messo serio pericolo la reputazione del giovane teatro e avrebbe allontanato forse definitivamente Anton dal teatro. Ecco come Nemerovic ricorda la fine del primo atto: “Successe ciò che in teatro succede forse una volta ogni dieci anni: il silenzio, un profondo silenzio in sala e sul palcoscenico. In platea, tutti sembravano inchiodati, in palcoscenico non si capiva ancora niente… La cosa durò a lungo. Giungemmo alla conclusione che il primo atto era caduto, caduto a tal punto che non c’era neppure un amico pronto ad applaudire. Gli attori furono colti da un tremito improvviso prossimo all’isteria”. Stanislavskij racconta il seguito: “Improvvisamente nel pubblico si levò un urlo, uno strepito, un applauso frenetico. Il sipario si mosse, si aprì, si richiuse e noi stavamo lì come storditi. Poi di nuovo un urlo, poi di nuovo sipario… Noi stavamo sempre immobili, senza comprendere che dovevamo inchinarci. Finalmente capimmo il successo e cominciavamo ad abbracciarci l’un l’altro… Il successo cresceva ad ogni atto e terminò con un trionfo”.

Un trionfo dell’autore, ma anche un trionfo del nuovo metodo di messinscena, rigoroso, attento, orchestrato in tutti i movimenti e in tutti i registri.

L’inatteso successo de Il Gabbiano e la sempre crescente popolarità delle raccolte dei racconti fanno di Anton uno degli autori più richiesti dalle case editrici.

Il 26 settembre 1899 va in scena Zio Vanja con successo, ma senza gli osanna de Il Gabbiano.

Un nuovo progetto teatrale: Tre sorelle. “Scrivo il lavoro, ma temo che risulti noioso. Se così fosse, lo metterei da parte fino all’anno prossimo”. Invece il 16 ottobre il lavoro è finito: “Ho faticato parecchio a scrivere Tre sorelle. Tre sono infatti le protagoniste e ciascuna deve avere un suo carattere; tutte e tre sono figlie di un generale. L’azione si svolge in una villa di provincia tipo Perm, in un ambiente militare… Volevo solo dire alla gente in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa. L’importante è che le persone comprendano questo; se lo comprendono, inventeranno sicuramente una vita diversa e migliore. L’uomo diventerà migliore quando gli avremo mostrato come è”.

L’ultimo racconto: La fidanzata; l’ultimo lavoro teatrale: Il giardino dei ciliegi. Uno sforzo enorme: concentrarsi diventa faticosissimo. A Mosca Stanislavskij e Nemirovic aspettano impazienti: vogliono aprire la stagione con un nuovo lavoro. Ma Anton tarda, rimanda, non ce la fa. “Sono sempre debole e tossisco. Scrivo ogni giorno, non molto ma scrivo. Quando ti avrò mandato il lavoro e l’avrai letto, capirai che cosa si sarebbe potuto ottenere da questo soggetto in condizioni favorevoli, ossia in buona salute. Ma ormai è una vergogna, scrivo due righe al giorno, e per di più mi accontento di quanto ho scritto”.

Il 17 gennaio 1904 (giorno del quarantaquattresimo compleanno dell’autore) il lavoro va in scena: Anton è presente, anche se in condizioni fisiche deplorevoli. Il pubblico lo acclama, lo chiama alla ribalta. Pallido, nervoso, sfatto dalla tensione e malattia si presenta ad accogliere onori e applausi. Poi torna a Yalta, senza nessun sollievo: in maggio tenta in compagnia della moglie una cura in Germania. Si ferma nella Selva Nera. Sente la fine ormai prossima. “Nell’uomo muore – scrive nei Quaderni – solo tutto ciò che è legato ai nostri cinque sensi: quel che sta oltre è probabilmente enorme, inimmaginabile, sublime e sopravvive”. Il 2 luglio 1904 cessa di vivere: invece dell’ossigeno vuole champagne. “Ich sterbe” (io muoio), mormora in tedesco.

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